18 Jul
18Jul

Come conosciamo noi stessi? 

“Da grande voglio essere un pilota!” – direbbe un bambino. 

“Lasciatemi essere chi mi pare!” – direbbe un adolescente ai genitori. 

“Adesso è il momento di diventare chi sono davvero…” – osserverebbe un adulto. 

“Si, ma chi sono?”. 

A volte, sappiamo così poco di ciò che siamo o che stiamo diventando, che ci sentiamo persi, vuoti: non riusciamo a identificarci. Non importa l’età anagrafica dell’interrogativo esistenziale, la complessità costante dell’autoimporci un’identità, è un tema comune e fondamentale. Infatti, il decorso della costruzione di un Sé stabile, ma flessibile in molteplici circostanze, determina il modo in cui applichiamo le nostre funzioni regolatrici, che orientano le nostre azioni, le relazioni che stringeremo in futuro e il modo in cui porteremo avanti la nostra vita.

Quante volte ci siamo sentiti dire che l'importante è "bastare a se stessi", e sentirci così impotenti d'innanzi all'amara verità: non siamo niente. Non ci sentiamo niente. Preghiamo ogni giorno che qualche anima pia ci dia il suo sostegno, e basiamo i nostri rapporti non sull'amore, l'amicizia, l'affetto o la fiducia, ma sul bisogno. Ci ammaliamo, e ammaliamo le nostre relazioni. Rimaniamo intrappolati in un loop per il quale ci sentiamo male ad essere noi stessi, abbiamo paura dell'opinione di chi ci sta attorno, proiettiamo questa insicurezza sugli altri, ci addentriamo in una consapevolezza ostile, in un'oscura tentazione di richiesta: "ho bisogno di te", "aiutami", "senza di te morirei", "senza di te non sono niente"...

Il risultato?

Dipende dalla disposizione del nostro partner e da quanto si lasci travolgere dalle nostre parole. È certamente sbagliato abbandonare un partner bisognoso, ma è altrettanto ingiusto essere totalmente supportivi e deprivarsi in funzione dell'altro. 

Essere parte di una cosidetta "relazione tossica" è sempre difficile. Scegliere di farne parte è sempre un sacrificio. Ma è necessario stabilire dei limiti, perchè quando il nostro partner ci porti ad una esasperazione emotiva per aggressività verbale, passivo-aggressività, o morboso attaccamento, noi siamo sempre vittime consce o inconsce di un pericoloso ed instabile tunnel: bisogna essere molto forti per entrarci e uscirci. 

Quando parlo di relazioni tossiche, non mi riferisco a partner violenti o maniacali: quelle non sono definibili relazioni, non sono curabili nella coppia in quanto la pericolosità porta ad una impossibilità di condivisione, ed in quel caso è bene ricorrere ad un serio e valido aiuto. Parlo di relazioni che hanno un loro equilibrio, ma che si basano su una personalità tossica, e che quindi possono essere "terapizzate", supportate e spinte ad un successo sentimentale.

Ma come fare se siamo noi il partner tossico?

Come comprendo profondamente il senso di vuoto e di dispersione dell'identità che si prova nell'interiorizzare ogni essenza dell'altra persona. 

Il partner tossico è colui che in qualche modo, avvelena la sfera emotiva dell'altra persona e vive simbioticamente con essa senza riuscire a porre una resistenza alle sue pulsioni, pur a volte comprendendo il suo errore. 

Si può essere:



  1. Aggressivi: quando si tende a scarucare le proprio frustrazioni sul partner e si crea un rapporto di superiorità e subordinazione per il quale si tende a sminuire le capacità del proprio amato al fine di elevare le proprie o di giusticare le proprie mancanze.
  2. Passivo-aggressività: quando il comportamento è deputato a persuadere con atteggiamenti negativistici e resistenza alle richieste del partner con eventuali comportamenti evitanti, silenzio punitivo e inazione, concetti complessi che andrò a trattare successivamente nel blog.
  3. Attaccamento morboso: quando l'attaccamento, per definizione psicologica si definisce come la serue di atteggiamenti/comportamenti che definiscono una relazione, ha uno stile ansioso-preoccupato e si ha un modello di sé negativo e dell'altro positivo.

Cosa fare se ci si identifica in uno di questi modelli?

Che siate il partner tossico, o la vittima di questi atteggiamenti parlatene sempre con il vostro partner, e se il legame che vi unisce è profondo, proponete una terapia di coppia, senza vergogna e con quella stessa apertura mentale con la quale vorreste essere ascoltati, e ricordate: i problemi del si golo sempre incidono in una coppia. Non si può pretendere che gli accadimenti che si susseguiranno nella nostra vita deroghino dalla nostra vita sentimentale. La relazione è fatta proprio per supportare le difficoltà, ma non per farsene carico. È sempre importante ricordare il proprio ruolo nella coppia: fidanzato o fidanzata non dottore, marito o moglie non psicologo. Il percorso si affronta insieme, ma la cura affidiamola agli esperti. 

Questo non vuole essere uno spot pubblicitario a favore della psicologia, ma è solo un modo per ricordare come tratteremmo un qualsiasi altro disagio fisicl e non mentale: per un mal di denti, per esempio, potremmo anche lamentarci tutto il giorno con il nostro compagno, ma alla fine andremmo comunque da un dentista. Il rapporto è il medesimo.

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